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Daito-ryu Aikijujutsu Takumakai: Tachiwaza kakarite

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di Hakaru Mori

Aikido Journal #118 (Fall/Winter 1999)

Traduzione di Gianni Canetti

Il seguente articolo è stato preparato con la gentile assistenza di Brian Workman degli Stati Uniti.

Hakaru Mori (8o dan) General Affairs Manager del Takumakai. Nato nel 1931. Mori iniziò lo studio del Daito-ryu Aikijujutsu con Takuma Hisa nel 1962. Ha ricevuto la certificazione come Kyoju Dairi nel 1965 e l’8o dan nel 1973.

Il termine Giapponese te no uchi, letteralmente tradotto come “palmo della mano” o “nella mano”, ha una varietà di significati ed usi. Uno di questi fa riferimento ai modi in cui le armi come le spade ed i bastoni dovrebbero essere tenute ed impugnate per essere usate effettivamente. Queste abilità di mantenere ed impugnare sono sempre state considerate un fattore particolarmente importante che influenza complessivamente l’abilità (o la mancanza di) con le armi, e questi segreti sono stati tramandati tra le generazioni tipicamente tramite l’uso di massime come ad esempio “…come stampare dolci con la stoffa del tè” (*Chakin shibori), o “… con lo spirito di chi porta un ombrello”, e “… come se tenessi in mano un uovo”. Espressioni come queste furono attentamente concepite dai nostri antenati per descrivere i punti importanti sul corretto “stato mentale” da tenere quando si impugna un’arma e la corretta relazione tra il palmo della mano e l’impugnatura di quest’ultima.

Imparare come tenere ed impugnare un’arma correttamente può sembrare, di primo acchito, una cosa abbastanza semplice, ma in realtà si può rivelare inaspettatamente difficoltoso. La vera maestria delle astuzie intrinseche non può essere ottenuta in breve tempo, e può essere il risultato ottenuto da una vita di pratica e miglioramenti. Una difficoltà consiste nel fatto che tutti i più importanti dettagli trovano posto nelle mani, lontano dalla vista, rendendone difficile la comprensione semplicemente con l’osservazione.

Questo concetto di “nascosto nel palmo della mano”, accidentalmente, ha dato nella lingua Giapponese molti altri significati idiomatici al significato di te no uchi, per esempio “un’abilità o capacità nascosta” e “la vera intenzione di qualcuno”. In ogni caso, te no uchi naturalmente è un aspetto importante delle tecniche a mani vuote, ma come descriverò più avanti, nel Daito-ryu quello di cui noi ci preoccupiamo maggiormente non è il nostro te no uchi ma quello del nostro avversario. Come molti stili di Jujutsu, il Daito-ryu è concepito per tecniche a mani vuote (opposte ad un avversario armato) che fa affidamento sul controllo del corpo dell’avversario in qualche modo per cercare di effettuare una proiezione o un atterramento. Ovviamente questo richiede di “afferrare” il corpo dell’avversario in qualche modo. Ci sono dei metodi specifici per fare questo, ovviamente, e come per imparare ad impugnare un’arma, non sono decisamente facili da padroneggiare.

Ancor più, come ho menzionato in temi precedenti, nel Daito-ryu questo “afferrare” ha due possibili dimensioni, una implica che siamo noi ad afferrare l’avversario, l’altra invece che sia l’avversario ad afferrarci. Nella forma “noi afferriamo”, si afferra qualche parte del corpo dell’avversario con lo scopo di costruire ed applicare una tecnica, e nonostante alcune differenze nell’obbiettivo e nel metodo, il te no uchi usato per questo condivide similarità con il te no uchi usato nelle tecniche armate.

L’altra forma di “afferrare”, ovviamente, avviene nella situazione opposta, quando è l’avversario ad afferrarci, come spesso avviene in forme di Grappling come nel Jujutsu. Nel qual caso, deliberatamente non cerchiamo di liberarci dalla presa dell’avversario, ed infatti traiamo vantaggio dalla sua presa per preparare una nostra tecnica. Questo è uno dei più importanti principi che evidenziano come il Daito-ryu risponda ad una vasta varietà di attacchi su presa come sodedori, eridori, ryotedori e katatedori, e la sottigliezza delle tecniche risultanti dimostrano come questa sia una delle caratteristiche che distinguono il Daito-ryu.

Ovviamente, quando in alcuni casi è l’avversario che ci sta bloccando, il te no uchi che dobbiamo considerare non è il nostro, ma quello del nostro avversario, per le tecniche di presa alle mani o ai polsi (ryotedori, katatedori, ecc.) in particolare, il nostro polso è stretto nel palmo della mano del nostro avversario, con il suo te no uchi per capirci. A questo punto ci sono vari modi ed applicazioni che possiamo usare per muovere la nostra mano mentre è tenuta in quella posizione, e se impariamo ed integriamo questo nella nostra tecnica, allora avremo le basi per sviluppare “tecniche aiki” che sono veramente eleganti e raffinate come nella caratteristica distintiva del Daito-ryu. Questi modi di muovere le mani durante una presa dell’avversario, ed il sottile “kokyu” che ne viene coinvolto, questo è quello che io intendo per “te no uchi”.

Per esempio, l’avversario afferra e blocca il nostro polso in una posizione che apparentemente lo mette nel vantaggio di poter controllare il nostro movimento. Ma se abbiamo padronanza del te no uchi, quando applichiamo la nostra difesa egli improvvisamente si rende conto che nonostante il vantaggio acquisito, adesso è lui che è controllato da noi, e che sta iniziando a non essere in grado di lasciare la presa del nostro polso. In altre parole, l’attaccante si trova controllato dalle mani che un attimo prima erano nella sua presa.

In questo frangente, l’unico punto di contatto tra noi ed il nostro avversario è tra il dorso del nostro polso e della nostra mano ed il palmo della sua mano. Quindi, la nostra unica possibilità di controllare il suo corpo è di muovere in qualche modo il dorso della nostra mano anche se è stretto nella sua presa. Possiamo riuscirci imparando come trasferire la nostra forza attraverso le aree fisiologicamente deboli della sua mano, spingendolo ad assumere una posizione che, data la sua struttura fisica, gli consenta di impedirci di liberarci facilmente. Allora, continuiamo usando il dorso della nostra mano a trasferire la nostra forza attraverso il suo palmo, al suo gomito, spalla e da qui all’intero suo corpo, prendendo effettivamente il controllo del suo movimento e del suo equilibrio.

Dato che l’attuale area di diretto contatto coinvolta è veramente piccola – ed anche i punti specifici su cui dobbiamo agire per controllare il suo corpo sono piccoli – i movimenti stessi tendono ad essere minimi e sottili, di conseguenza veramente difficili da percepire e comprendere.

Nondimeno, chiunque abbia mai visto una dimostrazione Takumakai o abbia praticato in uno dei nostri dojo avrà sicuramente visto situazioni di attaccanti improvvisamente sollevati o schiacciati, come folgorati da una scossa elettrica, e fatti girare intorno prima di essere trascinati a terra sul tatami, tutto senza che siano stati capaci di lasciare la presa.

Come qualsiasi forma di te no uchi, questo controllo dell’avversario anche se ci afferra implica una certa destrezza comprensiva di estreme raffinate abilità, tecniche, e metodi. La sottigliezza di questi significati che non si prestano molto ad essere imparati in breve tempo, e per questa ragione – ed anche perché i nostri insegnanti raramente ne insegnano i principi sotto forma di termini concreti – ci saranno veramente poche persone che la padroneggeranno. Ma quelli che avranno compreso a fondo come funziona il te no uchi e le tecniche aiki del Daito-ryu faranno enormi progressi, al punto che non avrà importanza dove verranno afferrati o saranno toccati, solo un piccolo movimento del corpo sul punto di contatto gli consentirà di eseguire una tecnica di proiezione o di atterramento senza doversi prima liberare dalla presa. Questo uso del te no uchi è un ’aspetto essenziale del Daito-ryu ed un’importante chiave per coloro che tentano di diventarne padroni.

* chakin shibori, la pratica di imprimere la superficie di un dolce morbido (fatto con ingredienti bolliti, al vapore o grattugiati come patate dolci, fagioli rossi o castagne) con la trama di un tessuto di paglia di tè. La difficoltà è data dal fatto che se si preme poco non resterà nessun segno e se si preme troppo il dolce si schiaccerà.