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Henry Kono

di Norm Ibuki

Published Online

Traduzione di Lorenzo Marotta

Henry Kono, 75 anni, è l’unico aikidoista Canadese ad aver praticato con il fondatore dell’aikido, Morihei Ueshiba. È nato a Vancouver, British Columbia, il 24 agosto 1927. Essendo un nisei (seconda generazione di Canadesi di origine Giapponese), lui, le sue due sorelle, un fratello ed i suoi genitori furono internati in un campo di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale.

Dopo la guerra, la famiglia si ristabilì a Toronto. Henry si recò in Giappone del 1964 per visitare le famiglie di entrambi i suoi genitori, originarie di Shikoku. Dopo aver fatto visita alle famiglie in Giappone, aveva ancora del tempo a disposizione e decise di recarsi all’Hombu Dojo a Tokyo, dove insegnava O sensei. Aveva letto di un praticante di arti marziali miracoloso, e voleva vedere se era vero. Lo era. Henry trascorse quattro anni praticando all’Hombu Dojo.

Quattro anni dopo ritornò a Toronto, in Ontario, dove lavorò come disegnatore per la pubblicità fino al pensionamento. Tiene tuttora lezioni e seminari in Canada, Stati Uniti ed Europa.

Quando l’ho chiamato la prima volta, l’ho chiamato “Kono sensei” (“sensei” è un termine generico di rispetto usato verso tutti gli insegnanti, in Giappone). Lui ha insistito che lo chiamassi “Henry”. Il mio primo insegnante di aikido di Nelson, B. C., Jean Rene Leduc, era come lui. L’ho incontrato nella sua casa nell’east end di Toronto il 3 gennaio 2003.

È una persona semplice, alla mano. Fra tazze e tazze di tè verde e scodelle piene di cracker di riso, abbiamo chiacchierato nella sua cucina fino a pomeriggio inoltrato.

Cosa stai facendo in questo periodo?

Non molto. Insegno ancora, ogni tanto.

Stai insegnando in Irlanda?

Vado laggiù perché ho un amico, Alan Ruddock, che era in Giappone con me nello stesso periodo. Abbiamo perso i contatti per circa 30 anni. Sei o sette anni fa mi ha scritto, dicendo “ho saputo che sei ancora vivo! Vuoi venire a trovarmi?”. E io ho cominciato ad andare lì. Mi piace l’Irlanda.

Il modo in cui l’aikido di Alan si è evoluto dall’ultima volta in cui l’ho visto in Irlanda mi ha lasciato senza fiato. Per un’ora intera, mentre insegnava, sono rimasto ipnotizzato a guardarlo mentre cambiava e improvvisava a partire dalla manciata di mosse con cui entrambi abbiamo lasciato il Giappone.

Non sono andato in Giappone per studiare l’aikido, in verità. Ci andai per far visita ai miei parenti. Mia madre veniva da una famiglia di 11 fratelli e mio padre aveva un fratello e una sorella. Volevo andare a vederli. In un mese avevo già fatto visita a tutti i miei parenti, una settimana qui e una lì. Avevo un visto di sei mesi, così quando tornai a Tokyo avevo ancora cinque mesi da passare. Tokyo è una città davvero noiosa. Se non fai niente, non puoi restare lì. Avevo sentito parlare dell’aikido, così andai a vedere. Il giorno in cui ci andai, erano circa le due del pomeriggio e Bob Nadeau era lì che rotolava sul tatami. Dissi, “Cosa devo fare per iscrivermi?”. Sono rimasto per quattro anni.

Avevi mai praticato arti marziali prima?

No, non avevo mai fatto arti marziali, prima. C’erano un paio di articoli sul New Canadian (un quotidiano Canadese in lingua Giapponese, ora defunto) su questo tipo fantastico di nome Ueshiba, che proiettava due persone senza neanche toccarle. C’era anche un libricino di Jay Gluck, Zen Combat, e anche lì c’era un articolo su O-sensei. Questo è tutto quello che sapevo, prima di arrivare lì.

Il fatto di essere internato in un campo di concentramento durante la seconda guerra mondiale perché eri un Giappo-Canadese ha avuto qualche effetto sul tuo modo di pensare?

No. Per me, l’internamento a Slocan, B.C., fu un periodo esaltante. Ho visto un paese nuovo, un posto diverso. Mia madre non aveva un atteggiamento negativo, verso quella cosa. “In tempo di guerra queste sono cose che succedono”, diceva. “Dovremmo ringraziare il cielo che possiamo restare tutti uniti”. Nessuno venne torturato o interrogato, in quel periodo.

Quanti anni avevi nel 1964?

Ne avevo quasi 37. Avevo dei parenti a Tokio, ma avevo un posto mio dove stare. A quei tempi la vita in Giappone costava molto poco. Gli altri allievi stranieri insegnavano Inglese per guadagnare qualcosa, ma io pensavo che ai Giapponesi non sarebbe piaciuto prendere lezioni di inglese da un Giapponese. Se io ero in grado di dire qualcosa, e loro no, loro ne erano molto preoccupati. Ci provai, per un po’, ma fu un fiasco, così mi concentrai sui miei problemi linguistici.

Dove vive Alan?

Lui abita sull’Isola di Man, ma i suoi genitori abitano a Dublino. Quando tornò a casa andò alla scuola per insegnanti a Londra, e poi si stabilì sull’Isola di Man. Insegna lì ed in Irlanda. Ogni estate teniamo un seminario di una settimana a Galway.

Com’e’ l’aikido in Irlanda?

L’Irlanda è fantastica. È l’aikido più amichevole che abbia mai visto. In Irlanda, tutti sono aperti e amichevoli. Ci sono state delle persone che venivano anche da altre parti dell’Irlanda e tutti hanno detto che questo è stato il miglior seminario a cui hanno partecipato.

E qual è l’affiliazione del dojo?

In Europa, ci sono molti dojo indipendenti, oltre a quelli affiliati all’Hombu.

Che cosa ti ha tenuto all’Hombu per quattro anni?

È quello che faceva il sig. Ueshiba. Cosa faceva? Questo è il grande mistero di O-sensei. Per me, era un mago. Non fraintendermi, secondo me era un genio. Ho il più profondo rispetto per lui. Se non l’avessi mai visto, non avrei mai avuto quello che ho avuto. Mai! Se avessi praticato 100 anni in Canada, non lo avrei mai avuto. È solo perché l’ho visto che ho avuto ciò che ho avuto.

Se leggi la storia del Giappone, il paese ha combattuto guerre con la spada per 1200 anni. Ci sono stati, forse, 15 grandi spadaccini. Uno per ogni secolo. Lui era uno di loro. È l’ultimo. Non avremo più nessuno come lui, perché la società e i tempi non richiedono più quel tipo di persona. Ora, dobbiamo studiare i computer!

Qualsiasi insegnante Giapponese che abbia trovato la verità non ha mai detto quale era questa verità. Tutti se la sono portata nella tomba, e O-sensei non era diverso, sotto questo aspetto.

Hai praticato per molto tempo.

La pratica non significa niente. Quello che pensava O-sensei è importante. Lui basava i suoi movimenti su una matrice invisibile, che noi non comprendiamo. Tutti pensano che potesse fare quelle cose perché aveva 65 anni di pratica. Io non vedevo le cose in quel modo. Per me, quello che conta è quello che lui pensava. Non tutti la vedono in questo modo.

[Henry mi mostra una citazione di Sugano sensei, che dice “era come se O-sensei facesse aikido, mentre noi facevamo qualcos’altro”.]

E allora cosa facevamo noi, sulla materassina? Quello che facevamo noi non era quello che faceva lui.

[Mi mostra una citazione di Bob Nadeau da un articolo su Aikido Today Magazine, che dice “Una volta O-sensei mi disse, chiaramente e con enfasi, che la verità dell’aikido può essere afferrata in un breve istante. Se scopri il segreto, mi disse, potrai fare quello che faccio io in tre mesi”.]

Questo è quello che cercavo. È in questo che avevo un vantaggio. Potevo parlare la lingua. Non potevo leggerla o scriverla, ma potevo conversare in Giapponese, e le cinture nere mi aiutavano ogni volta che lavoravo con loro. Ma per quelli che non parlavano Giapponese, lo scambio di idee era molto limitato. E anche se parlavi Giapponese, ci volevano almeno tre anni per capire quello che volevano dirti veramente. Dopo circa tre anni e mezzo, cominciai a vedere l’alba. Ci vuole pazienza e persistenza.

O-sensei non teneva mai delle lezioni da solo, perché aveva 82 anni al tempo in cui arrivai io. Quando usciva e faceva quelle cose, quello che vedevi era un’esperienza mistica.

Quante volte hai visto O-sensei?

Se era nel retro del dojo, poteva venire fuori ogni giorno. Se non c’era, magari non lo vedevi per tre settimane. Se c’era, magari veniva fuori per cinque o dieci minuti, e poi tornava dentro. L’ho visto circa 300 volte in quattro anni. Non ha mai spiegato quello che faceva, lo faceva e basta! Questo è quello che intendo per mago. Lo faceva, e se non riuscivi a capire che cosa aveva fatto, non c’era modo di capirlo. Non spiegava mai niente, ma lasciava dei piccoli indizi molto difficili da comprendere, perché esprimeva le sue idee con frasi brevissime che nessuno riusciva a capire.

Ho visto una videocassetta di Shioda sensei, che veniva intervistato in Inghilterra. Diceva che aveva trascorso circa dieci anni con O-sensei, tra il 1930 e il 1940, e che in quei dieci anni O-sensei non aveva spiegato neppure una volta che cosa faceva!

Non era un insegnante nel senso che insegnava. I Giapponesi forse possono considerarlo insegnare, ma in termini occidentali non lo era. Dovevi intuire quello che lui diceva, leggere tra le righe, in un certo senso.

Praticavi tutti i giorni?

Tutti i giorni. Di solito andavo alla lezione che si teneva dalle 8 alle 9. Visti i ritmi serrati, potevi partecipare a una sola lezione al giorno. Ero attorno ai 35 anni e il mio corpo non recuperava molto in fretta. Dicevano anche, “Un’ora al giorno è abbastanza, ma vieni tutti i giorni”. Per me la lezione dalle 8 alle 9 era la migliore, perché c’erano parecchi stranieri, circa una dozzina. E la parte migliore era che potevo parlare inglese!

Con chi praticavi?

Bob Nadeau, Bob Frager, Virginia Mayhew, Terry Dobson, Ken Cottier e Norm Miles, che vive ancora in Giappone. C’erano altri che venivano da Germania, Francia e Inghilterra.

C’erano altri canadesi?

No, nessun altro. C’erano alcuni Giapponesi Americani: Joanne Shimamoto, che ha sposato Akira Tohei a Chicago, un altro tipo che insegna in North Carolina, Roy Suenaka, e un altro della California.

Praticavi anche in altri orari?

Ogni tanto andavo alle lezioni della sera, ma erano così affollate! Era come praticare in un’automobile carica!

Come ti ricordi che era la pratica, allora?

Era un periodo davvero piacevole. Potevamo scherzare, potevamo parlare sulla materassina, chiacchierare, ridere e nessuno diceva niente. Ho sentito che è cambiato tutto, adesso. Prima di morire Terry Dobson mi disse, “Henry, siamo stati lì nel momento migliore!”. Tutti noi stranieri eravamo da soli. Restavamo tutti insieme.

Com’era la comunità straniera lì?

Vivevamo tutti da soli. L’unica comunità era al dojo. Molti insegnavano inglese, altrimenti non avrebbero potuto sopravvivere, laggiù. Ero quasi l’unico che non lavorava.

Che cosa facevi tutto il tempo lì, allora?

Per lo più cercavo di migliorare il mio Giapponese, per parlare in modo corretto.

Sei mai più tornato in Giappone?

No. Ho visto quello che volevo vedere, ho trovato quello che cercavo. E così, non sono mai ritornato.

Hai insegnato aikido dopo essere tornato a Toronto?

Ho insegnato in un centro civico dietro la galleria d’arte dell’Ontario, dove c’è un centro servizi del comune. Qualcuno insegnava lì, e quando seppero che ero tornato mi chiesero se volevo tenere le lezioni. Le ho tenute per circa 20 anni. Durante la giornata, e insegnavo solo part-time.

Che cosa diceva O-sensei di yin e yang?

Non ne parlò mai molto. Ma lo studiò nell’Omoto-Kyo; quella religione era interessata, più o meno, a quello in cui credono gli Shintoisti. Quanto agli Shintoisti, perfino in Giappone loro non dicono tutto, neppure ai Giapponesi. Tirano fuori solo quello che è “abbastanza”, e solo un poco alla volta. Molta della conoscenza la tengono ancora per loro, e così neppure i Giapponesi ne sanno granché! Se chiedi a un Giapponese che cos’è il Ki, non ti sa rispondere con precisione. Anche loro sono confusi!

Cosa diceva O-sensei del Ki?

Non potevi parlare con lui di queste cose, perché non te le voleva dire! Avrebbe detto qualcosa, e o lo capivi, o non lo capivi. Tutto qui! Non potevi dire “sensei, cosa vuol dire?”. Questo non lo potevi fare!

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