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Intervista con Hiroshi Tada

di Stanley Pranin

Aikido Journal #101 (1994)

Traduzione di Pasquale Robustini

Hiroshi Tada, 9° dan

AJ: Maestro, si dice che lei abbia cominciato a praticare aikido dopo essere entrato all’Università di Waseda?

Maestro Tada: Si, ma a causa della guerra non potei iscrivermi al dojo prima del marzo 1950.

So anche che ha iniziato a praticare karate quando si è iscritto all’università e solo successivamente si è sentito attratto dall’aikido….

In realtà, non ho poi praticato karate per molto, sebbene detenga un grado dan. All’inizio praticavo entrambe le arti, ma poi ho cominciato a passare più tempo con aikido e mi divenne così impossibile praticarle entrambe. Non è che pensassi che una fosse meglio dell’altra, ma ammiravo moltissimo Morihei Ueshiba. Lo conoscevo fin da piccolo tramite mio padre.

Nel 1942 ero a Shinkyo (l’attuale Chang Chun, Manchuria), e mi persi per poco l’esibizione del Maestro Ueshiba alla famosa Dimostrazione di Arti Marziali per il Decimo Anniversario dell’Università di Kenkoku. Mio cugino, che è un anno più grande di me, mi disse che era stata una dimostrazione fantastica. Sembra che il Maestro Ueshiba riuscisse a proiettare praticamente chiunque. Le persone non venivano semplicemente proiettate, era come se fossero colpite da elettricità ad alto voltaggio.

Nel numero quattro dell’Aikido Tankyu (un periodico dell’Hombu Dojo dell’Aikikai), lei ha scritto di essere molto sorpreso ed impressionato dall’insolito modo di pensare di del Maestro Ueshiba.

Quando mi iscrissi al dojo avevo vent’anni. O-Sensei ne aveva sessantasette circa, una differenza di quasi quarantasette anni. Ma mi proiettava facilmente, non importava con quanta forza io l’attaccassi. Da questo punto di vista non sembrava ci fosse alcuna differenza di età. Ripensandoci ora sembra perfettamente comprensibile, naturalmente.

Ad ogni modo era circondato da un’aura speciale ed era pieno di un’energia unica. Sentii che avevo incontrato un vero esperto di arti marziali.

Il Fondatore dell’Aikido Morihei Ueshiba proietta Tada, ca. 1958

Lei è entrato al Tempukai nello stesso periodo in cui cominciò con l’aikido?

Quando entrai all’Hombu Dojo la maggior parte delle persone che si allenavano lì erano membri del Tempukai o del Nishikai. Naturalmente a quel tempo c’erano solo sei o sette persone nel dojo. Tra di essi c’erano Keizo Yokoyama e suo fratello più piccolo Yusaku, entrambi studenti dell’Università di Hitotsubashi. Yusaku passò gli ultimi anni della guerra all’accademia navale e cominciò l’università dopo la fine della guerra. Fu lui a presentarmi al Tempukai e all’Ichikukai. In seguito un’altra persona mi parlò degli esercizi di digiuno. Queste pratiche, insieme agli insegnamenti del Maestro Morihei Ueshiba, divennero la base del mio allenamento.

Fui presentato al Tempukai nel giugno dello stesso anno in cui entrai nell’Aikikai. Il Maestro Tempu Nakamura teneva sessioni di studio mensili al Gekkoden del Tempio di Gokokuji. Come l’Aikikai, il Tempukai faceva pochi sforzi per promuoversi al pubblico e si diventava membri del Tempukai tramite presentazioni di altri membri. Incontrai il Maestro Tempu e dopo aver sentito quel che aveva da dire mi iscrissi immediatamente.

Tempu Nakamura (1876-1968)

Il Maestro Ueshiba ed il Maestro Tempu si conoscevano?

Si. Da prima che mi iscrissi al dojo, ma sembra che si fossero incontrati tramite il padre di Tadashi Abe, che era al tempo stesso membro del Tempukai e studente del Maestro Ueshiba. All’inizio il Tempukai era noto come Toitsu Tetsuigakkai (Società per lo Studio dell’Unificazione di Medicina e Filosofia) e si interessava all’unificazione di mente e corpo. Partecipai a molti degli esperimenti del Maestro Tempu e così ebbi modo di imparare molto su di lui.

Per quanto tempo è stato attivo nel Tempukai?

Fin quando andai in Europa nell’ottobre del 1964. Tempu Sensei scomparve nel dicembre 1968. Durante i miei sei anni in Europa scomparvero il Maestro Morihei Ueshiba ed il Maestro Tempu, così come mio nonno, del resto.

Ho sentito che il Maestro Tempu era un esperto di spada.

Si, era un esperto di battojutsu Zuihen-ryu. Prese il suo nome, Tempu, dai caratteri cinesi “ten” e “pu” usati per scrivere il nome della forma amatsukaze dello Zuihen-ryu, in cui era particolarmente dotato. Tempu Sensei era un discendente del Signore di Tachibana, il daimyo di Yanagawa. Le arti marziali erano così popolari a Yanagawa che la città faceva parte del clan Saga di Kyushu, famoso per il libro Hagakure (un testo classico sul bushido, dettato da Tsunetomo Yamamoto nel 1716). Il contenuto dei discorsi del Maestro Tempu era molto particolare, dato che molto di quel che diceva aveva origine dalla sua esperienza reale piuttosto che da un procedimento intellettuale. Il Maestro Ueshiba era lo stesso. Le idee generate solo a livello intellettuale non hanno lo stesso potere di attrarre la gente.

Ci potrebbe parlare dell’Ichikukai, per favore?

Un uomo chiamato Tetsuju Ogura fu uno degli ultimi uchideshi di Tesshu Yamaoka. Durante l’epoca Taisho, gli studenti e i seguaci di Ogura insieme a membri del club velico dell’Univerità Imperiale di Tokyo (l’attuale Università di Tokyo) crearono una società per la pratica del misogi (austerità, purificazione rituale). Era sotto la direzione del Masatetsu Inoue. All’inizio l’Ichikukai si riuniva il 19 di ogni mese, in commemorazione della morte di Tesshu Yamaoka, avvenuta il 19 luglio; per questo fu chiamata Ichikukai (ichiku in giapponese può significare “1 e 9”).

Quando mi iscrissi, gli incontri venivano tenuti in un vecchio dojo dell’era Taisho, il Nogata-machi a Nakano. Dal giovedì al sabato sedevamo in seiza per circa dieci ore al giorno, cantando un passaggio del norito (preghiera shintoista), mettendoci quanto più possibile del nostro essere. Era qualcosa di simile al cantare un mantra. Dopo aver superato questa iniziazione si diventava membri e si poteva partecipare ai raduni, una volta al mese, di domenica. Si praticava un esercizio di preghiera chiamato ichiman-barai, che consisteva nel suonare una campanella diecimila volte. Il suono della campanella non diventa chiaro e preciso finché il movimento della mano non diventa automatico. Molti degli studenti dei miei corsi avanzati fanno oggi questa pratica.

Vi allenavate con ken e jo?

Ci fu un periodo in cui O-Sensei si arrabbiava quando gli studenti del dojo cercavano di allenarsi con ken o jo; glielo proibiva. Più tardi invece cominciò ad insegnarli. Da bambino avevo praticato un tipo di tiro con l’arco giapponese che era tramandato nella mia famiglia. Ho anche praticato kendo all’inizio della scuola superiore. Era durante la guerra, quindi non poteva essere uno sport completamente agonistico. Dopo aver cominciato a praticare aikido presi ad allenarmi a colpire un albero con il ken, vicino casa mia.

L’allenamento personale è importante, non importa quale arte si pratichi. Ognuno dovrebbe avere il suo programma di allenamento, a partire dalla corsa. Quando avevo tra i venti e i trent’anni, mi alzavo alle 5.30 ogni mattina e correvo per quindici chilometri. Una volta finito andavo a casa e mi allenavo a colpire un fascio di legna con un bokken (spada di legno). A quel tempo le case a Jiyugaoka erano molto più lontane tra loro, così potevo fare tutto il rumore che volevo. Mi allenavo usando il sistema dello Jigen-ryu, che avevo imparato da O-Sensei ad Iwama. Si narra che in antichità i guerrieri del dominio di Satsuma (a Kyushu) colpivano un fascio di legname diecimila volte al giorno, ma io riuscivo solo ad arrivare al massimo a cinquecento. All’inizio perdevo sensibilità alle mani, ma dopo un po’ potevo colpire un grosso albero senza problemi. Ho allenato i miei studenti delle Università di Waseda e Gakushuin in questo modo. Lo trovo uno dei migliori metodi di allenamento in aikido.

Naturalmente è bene non usare troppa potenza. Basta tenere morbidamente in mano un bokken, o anche un semplice bastone di legno fresco, e stringere con mignolo ed anulare al momento dell’impatto. La velocità e la capacità di stringere le dita appropriatamente verranno così sviluppate in modo naturale. Praticare senza troppa potenza è importante, altrimenti si potrebbe finire col proiettare od applicare leve con troppa forza, cosa che può essere pericolosa.

Al Lido di Venezia, 1968

E’ un peccato che lo spazio nei dojo moderni sia così limitato da non consentire più questo tipo di allenamento. Mi piacerebbe riorganizzare le cose in modo da rendere questo tipo di allenamento più accessibile.

Quello che ho appena descritto è il modo di base di allenare i colpi, ma il lavoro dei piedi, il movimento delle mani e lo sviluppo del ki attraverso il kokyuho sono altri elementi importanti dell’allenamento personale.

Lei ha studiato con il Maestro Morihei e poi ha sviluppato il suo metodo di allenamento da quello che aveva osservato?

Si. E’ molto importante osservare da molto vicino l’allenamento personale del proprio insegnante ed impararlo bene; altrimenti si rischia di trarre delle conclusioni affrettate ed erronee, finendo per praticate un allenamento senza senso o sbagliato. In ogni caso, bisogna rivedere quel che il proprio istruttore ci ha insegnato e cercare di derivarne qualcosa che ne rappresenti le linee base; poi praticarlo intensamente finché non ci riesce bene. Questo è il modo in cui si deve creare il proprio metodo di allenamento personale.

Penso che chi volesse diventare un esperto in qualunque cosa, che siano arti marziali, sport o una qualunque forma d’arte, debba allenarsi almeno per duemila ore l’anno fra i venti e i quarant’anni. Sono cinque o sei ore al giorno. Probabilmente dipende dalla persona, ma la maggior parte di questo tempo va dedicata all’allenamento personale. Dopo essersi allenati da soli si può andare al dojo e confermare, provare e lavorare su qualunque cosa si sia acquisito.

Usare un albero come partner nell’allenamento di aikido è un ottimo modo per prarticare con potenza, perché si può colpire con molta più forza che con un essere umano. Non è appropriato invece praticare con forza senza ritegno con una persona; quel tempo va impiegato per sviluppare linee corrette, pulite, precise come un rasoio.

Il Maestro Ueshiba le ha mai parlato del Daito-ryu o di Onisaburo Deguchi?

Il Maestro Ueshiba parlava sempre con molto rispetto dei suoi insegnanti, compresi il Maestro Sokaku Takeda ed il reverendo Onisaburo Deguchi. La cosa che ricordo più chiaramente dei suoi discorsi sul Daito-ryu è il fatto che avesse un metodo di allenamento eccellente. Dopo la pratica O-Sensei tornava spesso al dojo per parlarci delle cose più disparate.

So che il Maestro Ueshiba parlava molto di religione, in particolar modo della Omoto…

Si, e a volte capivo perfettamente quello di cui stava parlando, mentre altre volte rimanevo completamente perplesso. Ma ci diceva anche “Questo è il mio modo di parlare; voglio che ciascuno di voi capisca quel che dico per conto suo, che lo esplori profondamente e lo trasmetta con parole appropriate ai tempi.”

L’Aikido è molto benefico per l’umanità, più di quanto si possa immaginare, anche dal punto di vista di uno come me che ne è un professionista. Nel 1952, quando mi sono laureato, tutti i miei amici restarono molto sorpresi dal fatto che volessi specializzarmi in aikido, forse perché era da poco finita la guerra. Per me comunque, l’aikido del Maestro Ueshiba personificava l’essenza della cultura giapponese e lo vedevo come qualcosa di molto importante per il Giappone nel futuro.

In realtà l’aikido sembra aver messo radici più rapidamente in Europa che in Giappone. Ma nel contempo, iniziando con una tale tabula rasa, in un contesto culturale completamente diverso, è impossibile che ci si alleni in aikido senza arrivare a comprendere chiaramente cosa sia e quali siano gli scopi dell’allenamento. Senza di questo è come saltare su un treno senza conoscere la sua destinazione. In altre parole, è indispensabile avere una chiara direzione nell’allenamento di aikido fin dall’inizio. Per quel che riguarda la decisione sui metodi di allenamento, non è realistico allenare persone che vogliono farlo per due o tre volte a settimana allo stesso modo in cui si allena chi lo fa per diverse ore al giorno. E’ già abbastanza avere persone che si allenano in modo significativo rispetto ai loro stili di vita. Chi vuole diventare un esperto o vuole davvero esplorare l’aikido in profondità, deve avere chiaro in mente dove sta andando e come ci sta andando.

Alla dimostrazione nazionale giapponese

Non posso pronunciarmi su ciò che è giusto o sbagliato per quanto concerne i metodi di allenamento. La maggior parte delle arti marziali non sono nella posizione di criticare le altre, dato che sono frequenti i casi in cui chi appare in qualche modo debole si rivela poi straordinariamente forte.

Ci può descrivere la sua organizzazione in Italia?

Il nome ufficiale dell’Aikikai in Italia è “Associazione di Cultura Tradizionale Giapponese” ed è riconosciuta dal Ministero della Cultura italiano. Come lascia intendere il nome, l’aikido è praticato come una forma di cultura tradizionale. E’ molto chiaro che quel che facciamo è diverso da qualunque altro sport. Penso sia molto difficile per un giapponese che vive in Giappone capire questa situazione. Per metterla in altri termini, in Giappone si pratica aikido come forma di meditazione in movimento. In posti come l’Italia, la Svizzera o la Germania, la frase “ki no renma” (coltivazione del ki) è usata così com’è, in giapponese.

Ovviamente non tutti praticano con quell’approccio in mente. Alcuni sono più interessati a diventare più forti, per reggere meglio in caso di confronto fisico; altri sono motivati dal desiderio di una salute migliore; altri voglio semplicemente avvicinarsi a qualcosa che viene da una cultura diversa. I giovani aikidoka che vogliono diventare istruttori, devono invece avere scopi chiari e coerenti per poter praticare un allenamento di aikido che includa tutto ciò.

Le arti marziali giapponesi moderne sono un caso piuttosto speciale. Sebbene ci si riferisca a loro come budo, in realtà sono state incorporate nel sistema educativo fin dal periodo Meiji e sebbene si supponga che rappresentino lo spirito del Giappone tradizionale, spesso certi aspetti spirituali vengono omessi.

La restaurazione Meiji, avvenuta più di cento anni fa, è ritenuta in Giappone un periodo di florida civilizzazione di stile occidentale; ma fu proprio allora che lo studio della cultura orientale diventò popolare in Europa e negli Stati Uniti, assieme all’uso del subconscio e all’attenzione verso le parti più profonde della mente. Questi temi si sono sviluppati per un lungo periodo di tempo e dopo la guerra sono divenuti ben noti come psichiatria e ricerche terapeutiche. Al contrario, il Giappone adottò la politica di “abbasso l’Asia, viva l’Europa”, una tendenza estremamente problematica che continua ancor oggi e probabilmente spiega come mai ci siano così pochi giapponesi che comprendano l’essenza dell’aikido.

Eppure, quando pratico all’estero, sento davvero che ci sono degli aspetti dell’allenamento che solo un giapponese può capire; non i metodi di allenamento, ma piuttosto cose di natura più generale. Il modo di parlare dei giapponesi, ad esempio, od il ritmo della vita giapponese, sono cose che solo una persona che vive in Giappone può capire. Il Kabuki e la danza Noh sono altri esempi. Sento che io posso capirli perché ho vissuto in Giappone. Penso che l’allenamento di aikido in Europa evolverà in una forma appropriata per l’Europa. Se il linguaggio, il modo di pensare ed immaginare sono differenti, allora lo saranno anche il modo di stare in piedi e di muoversi. Se pensiamo al colore rosso, il nostro corpo si muoverà in un modo che “è rosso”. La mente ha questa influenza sul corpo. Sono aspetti molto sottili, comunque, che possono essere compresi solo dopo un attento esame.

Maestro, lei dà l’impressione di aver assorbito ed incorporato dentro di se e nel suo stile di vita il modo di pensare e di muoversi dell’aikido, sia dentro che fuori dal dojo. Ci può dire qualcosa sulle sue abitudini giornaliere, magari a cominciare dalla sua dieta?

Ero completamente vegetariano quando ero all’università. Praticavo il digiuno ed altre austerità. Queste cose sono un po’ difficili per me ora così mi concentro su una dieta con pane integrale, spaghetti di grano saraceno e vegetali, integrata con alghe, pesce e frutti di mare, e piccoli pesci interi.

Al Dojo Gessoji

Non bevo alcolici tranne che in occasioni speciali come le feste e le riunioni con gli studenti. Non fumo. Il kokyuho non viene bene se si fuma e si perde anche il controllo degli aspetti più sottili dei cinque sensi. Si diventa incapaci di riconoscere le differenze microscopiche. Se non si percepiscono queste differenze si è anche incapaci di percepire gli aspetti più sottili della vita di tutti i giorni. Sono cose difficili da capire all’interno delle routine di una vita normale, ma a volte diventa chiaro quando i sensi sono estremamente affilati, come ad esempio quando si recupera da un digiuno di tre settimane. Bere alcolici tutti i giorni rende particolarmente difficile raggiungere un senso di completa chiarezza, non importa quanto intensamente ci si pensi o ci si alleni.

Esistono anche diversi modi di mangiare. Si potrebbe dire che assorbiamo il ki dell’universo attraverso il cibo. Quindi dovremmo considerare l’assunzione di cibo alla stessa maniera del respirare il ki dell’universo. Penso che la cosa più importante sia forse mangiare con lo stesso sentimento che ci metteva O-Sensei, unendo le mani in segno di ringraziamento sia prima che dopo i pasti.

Lei ha parlato del Maestro Tesshu Yamaoka. Era molto estremo in alcuni aspetti della sua vita…

Esistono molti aneddoti su Tesshu Yamaoka. Alcuni più estremi dicono di come mangiasse decine di manju (ravioli di farina di riso ripieni di una crema di fagioli dolci) e uova sode. Ce ne sono tante di storie così sui vecchi eroi. Penso che non si preoccupassero di cose minori come quello che mangiavano.

Fino al periodo Meiji, i giapponesi diventavano esperti di kokyuho e sviluppavano il ki attraverso una disciplina che cominciava in tenera età. Da questo punto di vista i giapponesi di oggi sono molto diversi dai giapponesi di allora. Mi riferisco a quel tipo di disciplina che comincia con la nascita, in particolare all’insegnamento che si impartiva ai bambini e alla natura della vita familiare. Si può dire la stessa cosa dello stile di vita europeo, dove i bambini vengono portati in chiesa sebbene non possano avere la capacità di comprenderne l’esperienza. Anche lì l’educazione comincia in tenera età. Queste esperienze probabilmente formano il vero nucleo di una persona. Nel Giappone ante guerra la lealtà ed il patriottismo che derivavano dal bushido erano l’equivalente, in un certo senso, dell’educazione religiosa europea. Tutto ciò è scomparso e sfortunatamente non c’è più niente che possa rimpiazzarlo. Credo che l’aikido sia abbastanza forte da sopperire a questa mancanza.

Maestro, lei ha scritto che è importante saper praticare in maniera scientifica…

Beh, dato che il corpo umano è, in un cero senso, un oggetto fisico, il modo in cui muoviamo i nostri corpi dovrebbe essere razionale e scientifico. Il Budo include sempre allenamenti sul modo di stare in piedi e di sedere, così come il portamento e l’attenzione. Particolare enfasi è posta sul modo di muovere il corpo e spostare il peso, o con quale velocità recuperare la stabilità per effettuare le tecniche. Certamente esistono dei principi che governano queste cose e dovrebbero essere accuratamente compresi ed applicati all’allenamento.

Lo scopo dell’insegnante è di trasmettere questi principi agli studenti, ma è difficile farlo tramite spiegazioni logiche; il modo migliore è che gli studenti imparino gradualmente attraverso i loro corpi, senza neanche accorgersene. E’ per questo che O-Sensei non spiegava mai le sue tecniche. Le spiegazioni verbali si fermano alle orecchie. Così, seguire semplicemente il movimento al meglio che si può è il modo più veloce di migliorare. Non è bene pensare che non si possa fare qualcosa di cui non si è mai avuta esperienza solo perché non la si è “imparata”. “Scientifico” significa seguire una serie di princìpi, no? Implica anche l’applicazione di questi princìpi. Quindi, anche se ci troviamo difronte a qualcosa che non abbiamo mai sperimentato prima, non dovremmo usare il fatto che non l’abbiamo ancora imparata come scusa per non saperla fare.

Stanley Pranin, Editore di Aikido Journal Editor, durante l’intervista con Tada Sensei

Dato che i metodi di attacco nel dojo sono predeterminati, il corpo potrebbe non essere capace di rispondere in caso di improvvisi attacchi diversi.

O-Sensei insegnava, per esempio, che shomenuchi rappresenta un attacco in cui la potenza del partner arriva diritta dal davanti, che sia un bastone, una spada, un coltello o un calcio. Non è solo un attacco con la tegatana (la mano a spada, n.d.t.). Bisogna tenere bene in mente tutte queste possibilità quando ci si allena. Ciò significa fare attenzione a come il corpo risponde ad ognuno di questi stimoli e a come si creano le linee e si adatta il corpo. In più, bisogna avere una tale energia speciale da riuscire a creare un ambiente dove le persone si possano davvero allenare ed essere “motivate all’allenamento”. Motivare tutti nel dojo richiede la potenza del kokyu.

Ho sentito che prima della guerra e durante il periodo di Iwama, eseguendo ikkyo in suwariwaza, una delle tecniche più fondamentali dell’aikido, il Maestro Ueshiba non dava mai all’avversario la possibilità di attaccare, ma piuttosto iniziava il movimento proiettando avanti il proprio ki…

Quello era conosciuto come “coltivazione del magnetismo”. Necessita un senso del kokyu molto sviluppato che risucchia l’avversario come un pezzo di ferro istantaneamente attratto da un magnete. Esistono tre situazioni: ci si muove per primi; ci si muove simultaneamente al compagno; il compagno si muove per primo. La tecnica è la stessa per tutte le situazioni, davvero, e ciò che importa alla fine è il tipo di stato che manteniamo dentro di noi. Se si guarda solo alla forma esteriore, per esempio, se si vedono le tecniche solo come un mezzo di autodifesa, allora non si sarà capaci di comprenderne il significato globale. Hanno a che fare con il ki, non sono solo semplice interazione fisica tra corpi. L’allenamento è come uno specchio che riflette la nostra sensibilità al ki. La pulizia dello specchio è la cosa più importante.

Ci potrebbe parlare delle differenze tra omote ed ura?

Dal punto di vista fisico, si esegue una tecnica ura quando il partner ha piantato bene a terra il piede arretrato. Quando il suo piede arretrato è in movimento, o senza supporto, allora si esegue una tecnica omote. Quando il kokyu scorre liberamente attraverso il nostro partner si esegue un omote. Ecco come le tecniche diventano omote o ura. Queste variazioni apparivano spesso nell’insegnamento di O-Sensei. Però il punto è essere capaci di eseguire le tecniche in ogni direzione entro i 360 gradi. Omote ed ura non sono forme fisse o degli stampi. esse semmai rappresentano l’idea che le tecniche possono variare liberamente.

Maestro, lei ha nella sua mente un curriculum di tecniche ben ordinato che ha imparato direttamente da O-Sensei…

Si, le ho organizzate con molta cura e formano la base del mio programma di allenamento. Cerco di preservare non solo le tecniche, ma anche la sensazione e le condizioni globali, l’atmosfera di quando le ho imparate. Ad esempio, cerco di preservare l’immagine di quando andavo al dojo ad allenarmi con O-Sensei. Esco da casa mia a Jiyugaoka, vado giù per la discesa e prendo la linea Toyoko in direzione Shibuya, lì cambio con la linea Yamate verso Shinjuku, poi prendo l’autobus per Nukebenten (un piccolo tempio) ed arrivo al dojo, dove O-Sensei appare ed esegue una serie di tecniche. Ho un bel po’ di film o visualizzazioni nella mia mente. Se si tratta di ikkyo, comprende tutte le possibili applicazioni, variazioni e controtecniche. Questo modo di fare è da sempre una questione di buon senso per i praticanti di budo.

Spesso si usa il termine “allenamento immaginario”, ma è un concetto che ha avuto origine in oriente. E’ una forma di meditazione. Non ci si può aspettare un grande effetto senza identificarsi con quello che si sta visualizzando. Bisogna confondersi nel paesaggio. Allora si possono sentire i suoni delle tecniche di O-Sensei ed il suo respiro.

Si dice che le tecniche di O-Sensei, passati i cinquant’anni, sgorgavano come acqua da una sorgente. Non insegnava più le forme del Daito-ryu come le aveva imparate da Sokaku Takeda. L’esperienza di una vita, fin dai tempi dell’infanzia, culminava in un continuo scorrere di nuovi movimenti che “sgorgavano come da una sorgente”, come O-Sensei stesso diceva. Era una forma di invenzione e scoperta continue.

O-Sensei diceva che quando era in piena forma, gli appariva davanti agli occhi un’immagine del suo avversario che volava in aria; l’istante successivo il suo corpo si muoveva automaticamente e l’immagine diveniva realtà.

Lei si sforza coscientemente di tramandare ai suoi studenti i suoi ricordi di O-Sensei e delle cose che ha imparato da lui?

Si, naturalmente, ma mole delle storie e degli aneddoti sul Maestro Ueshiba vengono davvero “dalla cima della montagna”, così per dire, quindi sono suscettibili di fraintendimento, a meno che non se ne spieghi il contesto. D’altra parte, si è sempre detto che conoscere troppe cose impedisce l’apprendimento. Quando imparavamo da O-Sensei ce la mettevamo tutta per assorbire e assimilare tutto, tentando per anni di copiarlo. In giapponese abbiamo l’espressione “gokui ni kabureru” per descrivere qualcuno che cerca di eccedere nella sua abilità, una cosa che ai giapponesi non piace mai. Perciò dovremmo stare attenti quando parliamo di O-Sensei ai giovani, o mostriamo loro dei suoi video. O-Sensei ci rimproverava severamente se ci limitavamo ad imitare le sue tecniche; diceva: “Non dovete semplicemente imitare la forma esteriore di quello che faccio! Concentratevi sulle vostre basi!”

Abbiamo anche le parole “Aikido è Amore”. Di solito usiamo la parola amore in senso relativo, dicendo “amo questo o quello”, ma O-Sensei parlava di “Amore” in senso assoluto, come la mente dell’universo. Di conseguenza, mentre possiamo comprendere questo “Amore” a livello intellettuale, non possiamo comprenderlo davvero come lui senza diventare tutt’uno con l’universo, come diceva O-Sensei stesso. Forse questa è la “purezza” o il “diventare puri” di cui parlava O-Sensei. Naturalmente queste espressioni hanno anche un significato religioso. I discorsi di O-Sensei erano ad un livello molto alto e piuttosto complicati, direi.

Riguardo l’allenamento del ki, è abbastanza semplice capire le proprie limitazioni fisiche. E’ impossibile sollevare oggetti straordinariamente pesanti o correre estremamente veloci. Quando si scava nelle profondità della mente comunque, all’inizio è impossibile conoscere i propri limiti o sapere come fare per sviluppare se stessi. Non si ha altra scelta che seguire la saggezza delle ere passate il più che si può, allenandosi diligentemente con i metodi che ci sono stati insegnati.

E’ un’area delicata, che richiede di allenarsi in modo razionale e scientifico, conservando insegnamenti tradizionali importanti come la coltivazione del ki.

La ringrazio moltissimo per il suo tempo e per averci riconfermato alcuni degli aspetti più profondi dell’aikido.


Profilo di Hiroshi Tada Shihan

Nato nel dicembre del 1929 a Tokyo. Entrato nel dojo di Ueshiba mentre era studente presso il dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Waseda. Dopo la laurea, nel 1952, ha deciso di specializzarsi nell’aikido e come ricercatore nelle arti marziali giapponesi e nella loro storia. Ad oggi è 9° dan e shihan dell’Aikikai di Tokyo ed insegna anche presso l’Agenzia di Difesa Personale, alle Università di Gakushuin, di Keio, di Waseda, al Tempio di Gessoji, a Kichijoji e nel suo dojo di Jiyugaoka a Tokyo.

Nel 1964 ha cominciato a viaggiare in Europa per condurre seminari e diffondere l’aikido. Ha fondato l’Associazione per la Cultura Tradizionale Giapponese/Aikikai d’Italia di cui è shihan e presidente. E’ rientrato in Giappone nel 1970 e da allora torna spesso in Europa per insegnare.